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Porta nuova
di Animalbad

Le sei del mattino, mi svegliai presto e senza neppure l'aiuto della sveglia. Da un po' di tempo mi accadeva; potevo andare a dormire a qualunque ora della notte, ma se avevo impegni per il giorno dopo, a qualunque ora progettassi di svegliarmi, il mio cervello lavorava in completa autonomia. Un orologio svizzero non avrebbe potuto far di meglio. Mi tirai su appoggiandomi ai gomiti, sbattei le palpebre e sbadigliai rumorosamente facendo invidia a qualunque pachiderma africano.
Quella mattina, ma molto più tardi sarei dovuto partire con il treno dalla stazione di Torino per recarmi ad un appuntamento a Bologna. Nulla di così importante, quindi decidetti di prendermela con calma. Prima di partire sarei andato a fare un pasto leggero al bar San Carlo neel'omonima pizza, per l'appunto. Il programma era di arrivare a destinazione a metà pomeriggio, incontrare la persona dell'appuntamento, e poi mi sarei dedicato alla serata bolognese per tornare a casa il mattino seguente, con calma.
Mi alzai dal letto, aprii la finestra e poi le ante; fu un impatto violento, quello dell'impatto con l'aria fredda del mattino.
Prima o poi ti prenderai un colpo, pensai sommesso mentre richiudevo le tende. Mi infilai una mano nelle mutande e stropiccia lo scroto Corsi verso il bagno per la pipì del mattino.
Mi guardai allo specchio, ma non ero lo spettacolo di sempre. Andai in salotto e accesi l'impianto Hi Fi : Jimmy Hendrix era giusto, vista l'ora. Alzai il volume abbastanza alto da sembrare fosse ancora vivo, in casa mia.
Accesi la moka per il caffè del mattino, la dose era per quattro persone, ma l'avrei bevuto tutto.
Tornai al bagno e cominciai a preparare gli arnesi per radermi la barb;, solo ed unicamente lama e pennello, come accade ormai da sempre.
Pennellando la crema di sapone sulle guance, tornai in cucina a spegnere il fuoco da sotto la caffettiera, poi di nuovo in bagno per la rasatura. Subito dopo la solita doccia fredda.
Nudo tornai in cucina e bevvi una prima tazza di caffè, amaro. Le altre tre furono accompagnate da ogni ben di dio masticabile, dal salato al dolce. Non potei bere la spremuta di aranci; la mia colf rumena, una donna dolcissima e molto grassa, non aveva trovato la qualità siciliana che piace a me, il giorno prima al mercato.
Tolsi Hendrix dal lettore, e infilai Anita Baker; ormai ero sufficientemente sveglio per ricordare di odiare il rock.
Mi lavai i denti e mi spalmai una leggera velatura di dopobarba in crema analcolica. Massaggiai bene il viso per prevenire le rughe. Per ora la prevenzione funziona.
Infilai la camicia bianca fatta a mano da un vecchio sarto torinese in pensione, che lavora con la passione di chi ha dedicato cinquant'anni all'arte del vestire, per pochi intimi .
Scelsi i polsini in oro con la testa in corno di rinoceronte. L'abito, presi quello grigio, di Armani; aveva due anni, ma era come nuovo. Calze nere dello stesso stilista e scarpe Saxton.
La cravatta, presi una dalla mia collezione Leonard. Ne ho centocinquantatre. Tutte numerate e uniche.
Pulii le lenti degli occhiali da vista con un panno pulito, li infilai e mi diedi un ultimo sguardo allo specchio dello spogliatoio. Ero perfetto, impeccabile.
Guardai l'ora, erano le otto e tre quarti, avrei avuto tutto il tempo di fare qualsiasi cosa.
Entrai in garage, accesi l'auto, la mia Peppa che, prontamente, si mise in moto e si alzò di poco da terra. Accesi le luci di posizione, la vecchia radio Voxton, autentica degli anni '70 regalata da amici in passato e mi diressi nella caotica città.
Arrivato nei pressi del centro, riposi la Peppa in un parcheggio sotterraneo di fiducia, a due passi dalla stazione dei treni. Diedi la mancia al parcheggiatore assicurandomi che fosse parcheggiata in un luogo appartato dove nessuno potesse accidentalmente rigarla o ammacCarla. Presi l'agenda dal sedile posteriore e mi incamminai per le vie.

Mi tormentava vedere tutta quella gente che camminava veloce sui marciapiede appresso a chissà cosa; il business forse.
L'affare più grande è vivere, respirare, arrivare alla terza età. Quello è il vero business.
Guardandomi attorno mi sembrò di essere un meraviglioso pianeta in mezzo ad una pioggia di meteoriti.
Visto che il tempo non mi mancava, decisi di compiere in anticipo le procedure di biglietteria; mi recai nella hall della stazione e mi misi in coda ad uno dei tanti sportelli aperti. Non so spiegare il motivo, ma da qualche minuto sentivo lo stomaco in subbuglio, un disastro interno. Forse per qualcosa che potevo aver mangiato a colazione, o forse il colpo d'aria preso quando aprii la finestra, appena sveglio. Ad un certo punto dovetti abbandonare la colonna di persona per recarmi ad un bagno, urgentemente. Pensai ad un bar, il più vicino, ma nessuno me ne venne in mente. Inoltre nei dintorni della stazione non si può certo dire ci siano dei locali di tutto riguardo! Sono normalmente frequentati da ogni razza, e tipologia di persone, dai drogati agli ubriaconi e così via.
Ad un certo punto, camminando veloce e tenendo strette cosce e glutei nella speranza di farcela a raggiungere un qualunque bar accessibile, mi fermai in un atrio laterale, immobile, sull'attenti, rigido. La faccia di pietra, senza espressione. Enormemente sudato, scosso da ondate di gelo, a fianco a me intravidi una cabina telefonica con le ante, aperta e libera. Ci misi un attimo, fui dentro e mi ci chiusi. Portai la lercia cornetta all'orecchio facendo finta di parlare con qualcuno, ma in verità pregavo di non farmela addosso.
I glutei erano alla stregua delle forze, tremavano. Lo stomaco mi doleva. Appoggiai la schiena alla parete, mi piegai in avanti, poco e rilasciai i muscoli, pregando. Dal culo, con gran rumore, uscii solo aria. Mi liberai chissà di cosa, ma di sicuro qualcosa di orrendo. Il lezzo fu atroce, subito impregnò a tappo la scatola di metallo. Rimasi ancora qualche minuto attaccato a quella cornetta., presi il fazzoletto e asciugai il sudore dal collo, le mani, il viso via via più rilassato. Lo stomaco, che aveva rilasciato ancora due o tre colpetti di assestamento, non mi doleva più. Facendo finta di salutare, riattaccai il ricevitore e mi girai per uscire.
Fuori, un uomo dalla faccia dolce, sulla settantina; capelli grigi e occhiali vecchio stile, il bastone appeso al braccio, piegato. Aspettava impaziente che uscissi.
Cristo santo, perché dio voleva divertirsi proprio con me quel giorno! Annusai, l'aria, era ancora pesante. Il vecchio mi fece segno di muovermi, andava di fretta.
Spalancai veloce, lo salutai senza guardare e quasi corsi via. Pochi passi, mi bloccai e tornai indietro, mortificato. Avevo lasciato l'agenda sopra l'apparecchio.
Vidi il vecchio paralizzato davanti alla cabina, il labbro superiore appiccicato al naso, non so cosa stesse facendo. Si appoggiò al bastone.
Agguantai la mia agenda e di nuovo scappai sotto il suo sguardo storto.
Quel dolore all'addome era svanito, mi sentivo molto meglio. Ma mi era rimasta una strana voglia di urinare, e quello, non avrei potuto farlo in nessuna cabina telefonica. Ora era la vescica a farsi sentire.
Entrai nel bar della stazione diretto a passo veloce verso la scritta "toilette", afferrai la maniglia della porta, ma era bloccata. Riprovai con forza, ma non si aprì. Bussai nel qual
caso fosse occupato, ma nessuno rispose. Andai dal barman a chiedere la chiave del bagno, ma lui rispose, distrattamente, che non poteva accontentarmi in quanto la tazza del water era otturata. Disse che stavano aspettando da giorni qualcuno che venisse ad aggiustarlo.
Vuole che le faccia un caffè? Chiese.
Risposi no, con la testa. Salutai con un gesto della mano e uscii.
Mi guardai attorno; in fondo a sinistra un altro bar, a destra, più vicino, le toilette della stazione. Scelsi di andare nelle seconde. Erano molti anni che non entravo in quei cessi, erano sempre stati ambienti ambigui, dove lo squallore era la carta da parati, frequentato per lo più da marchettari, drogati e guardoni. Oltre al fatto che la vescica stava scoppiando, ero spinto dalla curiosità di vedere se, dopo tanti anni qualcosa fosse cambiato, in meglio o in peggio.
Appoggiato di spalla all'angolo dell'ingresso, un ragazzo; capelli lunghi, sottili e luridi, indossava un giaccone ridotto come lui. Gli occhi rossi, senza vita. Farfugliava qualcosa di incomprensibile e perdeva bava dagli angoli della bocca.
Entrai tenendomi lontano da quella figura, non volevo mi toccasse, anche se solo accidentalmente.
Una volta dentro, capii che gli anni erano passati solo per me, ma l'ambiente era rimasto quello di sempre. Forse più squallido, ma sicuramente con un lezzo di piscio maggiore, nauseante.
Le scritte sui muri, gli annunci dei depravati e le offerte di ambigue case ricovero per ragazzi soli, si erano moltiplicate.
Nell'angolo in fondo alla stanza, un uomo ubriaco, ridotto male, vomitava liquidi verdastri. Barcollava, sbatteva spalle e testa contro i due muri, si lamentava e imprecava contro tutti i santi del cielo.


Quasi tutti i lavandini erano rotti, tubi dell'acqua che sgocciolavano da molto tempo a vedere lo stato del pavimento. Gli orinatoi intasati, una specie di immondiziai all'aperto. Cercai di fare in fretta. Mi accorsi che in tutti quegli anni, quei cessi, non mi erano mancati.
Allungai il braccio e cercai di aprire la prima porta, la più vicina, ma non si apri. La seconda, neppure. Le provai tutte fino all'ultima che si spalancò. Mi ci catapultai dentro, sbattendo contro qualcosa di grosso e duro. Rimbalzai un passo indietro rispetto alla soglia della porta e rimasi fermo, immobile a guardare.
Era occupato da un uomo molto alto e largo di spalle con addosso un cappotto nero, lungo fino alle ginocchia. Capelli unti tirati indietro sulle spalle, in piedi davanti al water, gambe allargate come stesse pisciando. Si intravedevano le ginocchia bianche di una donna seduta sul lurido bordo del cesso. L'uomo si stava facendo succhiare il cazzo da quella. Il puzzo era tremendo.


La donna, per un' attimo smise, si affaccio verso me con occhi a mezz'asta, bionda tinta e pallida in viso, mi urlò: stronzetto, che cazzo vuoi. Chiudi 'sta cazzo di porta e vattene, frocio.
Io non feci un passo, né richiusi la porta. L'uomo, che di nulla poteva essere interessato se non della sua pompa, posò la sua grossa mano sulla testa della donna, la riportò al centro del suo ventre e glielo ficcò in bocca, senza una parola, come prima. La testa di lei ricominciò a muoversi ritmica su e giù, e l'uomo non tolse più la sua mano da sopra.
Pochi istanti dopo, lui girò il suo profilo indietro, verso me; aveva il naso grosso e rosso, le labbra carnose e lucide. Un filo di saliva pendeva dal labbro superiore. Aveva piccole vene color viola sugli zigomi pronunciati. Ansimava come un maiale al pasto, quasi un rantolo. Storse gli occhi neri, sbatte le palpebre, e senza ulteriori affanni, venne in gola alla donna che non potè togliersi fino a che lui, non glielo permise.
L'uomo, senza mosse improvvise, rimise apposto il cazzo, tirò in su la lampo della patta, gettò in terra una banconota e se andò, senza sguardi.
La donna sputò sborra e saliva tra le sue cosce aperte, centrando il buco del water, poi con lentezza, stava per rifarsi il trucco con uno specchietto preso dalla sua borsetta a spalla, quando l'afferrai per il braccio e la scaraventai fuori con fare agitato.
Cristo santo, le urlai, devo pisciare, te ne vuoi andare!
Lei imprecò, volgare, qualsiasi oscenità, ma per me era un gran momento, quello, e lei, era come se non ci fosse. Finalmente la tazza era mia; la vescica stava rinascendo, e tutto il mio corpo con lei. Sentii la testa più leggera, quasi una sensazione di frescura.
I muscoli addominali e delle spalle, si rilassarono. Il viso si distese e apparve un lieve sorriso di soddisfazione.
Nel frattempo, la donna, a cui ormai non pensavo più, entrò e si mise a guardare il cazzo, in piedi a fianco alla tazza.
Cazzo, urlai ancora, a voce bassa. Ma cos'è questa, casa tua?
Cosa credi, disse lei con la calma di chi ha fatto del nirvana il suo stile di vita, che il tuo, sia il primo cazzo che vedo? Devo ammettere che è piuttosto grosso rispetto alla media.
Guardava "lui", non me.
Che ne dici, continuò. Se mi dai 10€ te lo succhio tutto, qui, adesso. E non lascio nulla.

Il suo sguardo era salito verso il mio; ora si parlava di soldi.
No, le dissi. Te ne do 15 di €, ma ti scopo pure. Il preservativo ce l'ho io. Lo tirai fuori dal portafogli, posto nella tasca interna della giacca.
'Sto cazzo! ribattè lei agitando la mano all'altezza del suo ventre come se davvero lo avesse. Se vuoi scopare me ne dai 20€. E vaffanculo.
La sua volgarità era disarmante.
Come ti chiami le chiesi cercando di rilassare i toni.
Chiamami come cazzo ti pare, rispose scocciata come se avesse perso la trattativa e l'opportunità di prendere altri soldi.
D'accodo, signora "come cazzo ti pare". La mia non è una trattativa. Prendere o lasciare . Io non perdo nulla. E amici come prima. Mi girai per andarmene alzando le spalle.
Per pochi attimi rimase ferma, a pensare. Forse. Poi si apri in un sorriso che poco a poco divento una risata. Appoggiò il braccio magro alla mia spalla ammiccando una debole mossa con il bacino, ed esclamò: cazzo sei anche spiritoso. Mi piaci, sai. Ma non mi chiamo così. Rise ancora.
Il mio nome è Irma, Irma la bionda.
Con l'altra mano si asciugò il naso colante, poi, con occhi poco più brillanti di prima disse;
va bene uomo, scopiamo, ma si paga anticipato. Porse il palmo della mano a cucchiaio all'altezza del mio mento, sorridendo.
Presi le due banconote e gliele diedi.
Mi girai per chiudere la porta del cesso e mi accorsi che l'ubriaco che poco prima vomitava, non c'era più.
Il tossico che stazionava all'ingresso stava dormendo sotto la fila di lavandini rotti , o forse era semplicemente morto. Scossi la testa disgustato e socchiusi l'ingresso dietro me.
Intanto Irma aveva ripreso posizione; seduta sulla lercia tazza, cosce divaricate, prese il cazzo come un legno e attaccò a baciare la cappella con gli occhi fissi sui miei. Poi li chiuse e affondò, tutto in bocca, calda e voluttuosa. Le sue mani a preghiera, attorno allo stelo. Posai le mie sulla sua testa, tra i capelli unti e sporchi. Ricalcai l'orma dell'uomo di prima.
All'improvviso me ne tolsi, la tirai su dalle spalle, la girai e la spinsi contro il muro.
Il water tra le gambe aperte, le mani alzate, contro la parete. Scartai e infilai il preservativo. Le alzai la gonna di cotone leggero, da pochi euro e la sculacciai.
Irma voltò la testa per dire qualcosa, ma non fece a tempo: con due dita le aprii la fessura e la penetrai nel culo. Sforzai un poco, ma entrò tutto.
Lei si voltò ancora, sul profilo una smorfia di dolore e sussurrò: questo ti costerà di più, bastardo.
Ma non si tolse, e presto la smorfia svanì
Quando stavo per venire, uscii dal buco nero, la tirai più a me facendole inarcare la schiena e la penetrai nella figa, abbondantemente bagnata. Dopo pochi colpi, seppure in silenzio, Irma ebbe un orgasmo.
Urlò di tutto invitandomi a godere: sei un porco, un bastardo ed io la tua puttana, gridava. Godi bastardo, godi! Fammelo sentire tutto, il cazzo duro!
Ma non era così che volevo finisse e di nuovo, mi levai. Volevo godere dentro lei, ma in bocca.
Irma si inginocchiò per terra stavolta, sul pavimento sporco e bagnato. Tolse il preservativo e lo butto nel cesso. E quando stava per ricominciare a spompinare, allungò l'occhio dietro me che di scatto, mi girai.
La porta era spalancata e appena fuori lui, il vecchietto settantenne dalla faccia dolce. Le lenti appannate, sudato. Poggiava con una mano al bastone e l'altra cercava di menarsi il pezzo di carne moscia tirato fuori dalla patta sbottonata del pantalone. Sorrisi sorpreso, ma non me la sentii di richiudere; in fondo glielo dovevo uno spettacolino. Irma non disse nulla, e spompinò, esausta.
Ed io venni.


Mi ricomposi, lei si rialzò e si ripulì alla bene meglio. Mi girai verso la porta, ma il vecchio era sparito.
Irma si lavò la faccia e qualche altra cosa ad uno dei lavandini ancora in funzione. Io lavai le mani
Poi si chinò sul tossico, gli infilò un pezzo da 5€ nella tasca del giaccone e gli tastò il polso.
Si, sei ancora vivo, sussurrò come stesse parlando a se stessa.
Poi, rivolgendosi a me disse; è il mio ragazzo. Mi protegge. Si alzò, fece spallucce dando ancora uno sguardo al guardiano addormentato e uscimmo.
L'aria mi sembrò subito più respirabile. Guardai Irma, davanti a me, la salutai cordialmente e feci per allontanarmi, quando lei mi afferrò per una manica della giacca e volgare urlò; dove cazzo credi di andare, cocco!
La guardai con faccia interrogativa togliendo la sua mano dal mio Armani.
Mi devi di più, continuò. Avevamo detto 15€ per scopare, ma tu m'hai sverginato il culo e devi pagare di più, bastardo!
Non potei farne a meno, scoppiai a ridere. Il suo buco anale, vista la facilità con cui la penetrai, aveva sicuramente passato un periodo di verginità, ma era ormai molto lontano, quel tempo.
Ascolta le dissi, facciamo così. Non ti do nulla di più di ciò che già, hai preso. Ma se hai fame, ti porto a mangiare con me, in un bel posto, qui vicino. Sei d'accordo?
Subito rispose con stizza; che cazzo dici? A mangiare!
Sputò in terra, fece mente locale poi disse, va bene andiamo a mangiare. Sorrise, mi passo un braccio sotto il mio e andammo a prendere un taxi.
Il taxista non mancò di sottolineare, con lo sguardo dal lunotto, la sua disapprovazione ad avere una come lei sulla sua vettura. Per me era meglio la sua, di disapprovazione, che non quella di tutti i passanti della centrale via Roma.
Irma invece, al contrario, sprizzava gioia da tutti i pori di poter viaggiare, una volta nella vita, come una vera signora , anche se per pochi attimi. Arrivammo al bar San Carlo, pagai il passaggio e ci infilammo, veloci, all'interno. Un cameriere ci venne incontro ed io pretesi un tavolo in fondo alla sala, appartato. Lo seguimmo sotto gli occhi imbarazzati di tutta la torino bene.
Ordinammo vino rosso in bottiglia della migliore qualità, acqua frizzante ed ogni portata disponibile dagli antipasti ai secondi.
Irma era al settimo cielo. Doveva essere molto che non mangiava seduta ad un tavolo con la possibilità di inghiottire ogni cosa senza la paura di non avere i soldi per pagare.
Anche il suo viso era diverso ora; le palpebre sembravano essere migliorate, più aperte. Erano addirittura visibili le pupille, di colore verde.

Scusa Irma, mi allontano per un attimo, vado alla toilette. Se arriva il secondo, tu comincia pure. Torno subito.
Appena fuori dalla sua vista allungai il passo verso l'uscita, presi da parte il cameriere e mi raccomandai che alla ragazza venisse portato tutto ciò che aveva chiesto e quello che avrebbe ancora voluto dopo. Lo assicurai che avevo lasciato a lei i soldi necessari per pagare, ma io dovevo proprio andare. Gli allungai la mancia di 5€ e veloce, uscii.
Salii sul primo taxi libero e mi feci portare subito alla stazione; il mio treno per Bologna, da li a poco, sarebbe partito.

Prima classe non fumatori. Cercai uno scompartimento vuoto, chiusi la porta vetrata e mi sedetti in direzione di marcia, vicino al finestrino. Allungai il sedile in modo da avere una posizione più rilassata. Socchiusi gli occhi e mi addormentai.
Una mano leggera mi scosse la spalla.
Scusi signore, favorisce il suo biglietto, prego.
Era il controllore
Lo guardai con occhio annebbiato. Presi il cartoncino marrone dalla tasca interna. lui timbrò e uscì, richiudendo la vetrata dietro sé.
Davanti a me, probabilmente mentre dormivo, si era seduto un uomo che stava leggendo un quotidiano finanziario. Il viso era coperto dal giornale. Non era raro incontrare persone di questo tipo in prima classe, pensai.
Calzava scarpe costose, fatte a mano su misura. Il tessuto del pantalone era di ottima fattura; probabilmente tagliato da un ottimo sarto.
Aveva mani curate; le unghie pulite e ben tagliate.
Doveva essere un uomo anziano, il suo bastone era coricato a fianco a lui, sui sedili liberi. L'uomo abbassò le braccia, sorrise e con fare da tenero nonnetto, si piegò in avanti colpendo, con tocchi affettuosi, il mio ginocchio.
Giovanotto, disse, come va, stai meglio ora?
Cristo santo, era lui, il vecchio settantenne che quella mattina continuavo ad incontrare nei luoghi più inaspettati.
Sissignore, risposi. Tutto, dannatamente bene.
Richiusi gli occhi e mi riaddormentai profondamente fino all'arrivo a Bologna. Mi svegliai appena il treno fermò. Mi guardai attorno, ero solo. Forse il vecchietto era già prossimo alla discesa.
Vidi passare il controllore, gli domandai se lo avesse visto, il vecchietto.
Quale vecchietto, chiese perplesso.
Glielo descrissi, ma lui disse di essere sicuro, che in quello scompartimento, a parte me, non era entrato nessuno.
Non vidi mai più quel dolce vecchietto.

Animalbad.

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